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Medici Contro la Tortura       

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LE VITTIME DI TORTURA: PROSPETTIVA ITALIANA.

             

Ai confini della tortura.

Gli eventi degli ultimi mesi in Libia, Algeria, Egitto, Tunisia stanno trasformando lo scenario geopolitico del mondo arabo. Tali eventi hanno comportato cambiamenti rilevanti nei flussi dei richiedenti asilo nel nostro Paese, ed è tuttora difficile formulare previsioni credibili.

L’Italia, e l’Europa, esprimono preoccupazione per la massiccia ondata di sbarchi dal Nord Africa, dal momento che la politica dei respingimenti non può più avvalersi della collaborazione delle autorità libiche. La preoccupazione delle ONG e delle organizzazioni internazionali umanitarie è invece la gestione di tali flussi migratori nel rispetto dei diritti umani. Inoltre la negligenza, tutt’altro che casuale e inconsapevole, del nostro Paese nella gestione del fenomeno, ha creato una vera e propria crisi umanitaria a Lampedusa, usata poi a fini propagandistici.

In particolare, la situazione della Libia non riguarda solamente la popolazione autoctona ma coinvolge drammaticamente anche e soprattutto i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana in transito in quel Paese. La maggior parte di essi è costituita da persone in fuga da Paesi con regimi dittatoriali o guerre civili, come Eritrea, Sudan, Somalia, Costa d’Avorio, ecc, spesso vittime di torture atroci, talvolta respinti dal nostro Paese in base ad un accordo tra Italia e Libia, che nega persino la possibilità fare domanda d’asilo.

Vi sono d’altra parte dei respingimenti meno noti, che avvengono ormai da anni, nei porti dell’Adriatico. Ogni giorno la polizia portuale di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi intercetta migranti nascosti sulle navi di linea partite dalle coste greche e li riconsegna al comandante. In Grecia, a Patrasso e Igoumenitsa vengono incarcerati in gabbie o container che si trovano nelle aree portuali, in cui rimangono per mesi prima di essere rilasciati con un foglio di espulsione. Moltissimi vengono deportati in Turchia e da lì rimpatriati nei loro paesi di origine, come nel caso degli afghani. In Grecia non vi è alcun rispetto del diritto di asilo politico: vi è infatti una percentuale dello 0,04 per cento di concessione dello status di rifugiato.

Per quanto riguarda la gestione, nel nostro Paese, di quei profughi che sono riusciti ad entrare nel territorio italiano, vi è il rischio di un approccio totalmente emergenziale: costituzione di grandi strutture, inadatte ad ospitare vittime di tortura, e offerta di assistenza del tutto generica, senza attenzione ai bisogni individuali e senza una prospettiva neanche di breve-medio termine. Si tratta di decisioni prese senza alcuna considerazione della vulnerabilità dei richiedenti asilo, ed in particolare delle vittime di tortura.

Tale situazione va peraltro a combinarsi con l’ordinaria gestione di richiedenti asilo e rifugiati nel nostro Paese: si assiste già, ad esempio, ad un nuovo aumento dei tempi di attesa per l’audizione presso la Commissione competente per il riconoscimento dello status di rifugiato, come pure ad un sovraccarico del sistema dei centri di accoglienza esistenti. Nei fatti, per un richiedente asilo vittima di gravi abusi, ciò significa dover vivere un tempo di attesa – soggettivamente infinito - prima del riconoscimento della propria condizione di rifugiato, vivendo per la strada o in fatiscenti edifici dismessi. Tutto ciò tende ad accentuare il vissuto e la condizione reale di precarietà della vita della vittima, non riconosciuta ufficialmente e non accolta, nel Paese che dovrebbe garantirgli protezione e sicurezza, e a perpetuare una condizione di umiliazione e degrado già sofferta nei Paesi di origine.

 

Principi da non dimenticare.

Tutto questo, se lo si guarda distrattamente e di lontano, come una semplice questione amministrativa, sembra non aver nulla a che vedere con il tema tragico della tortura. Basta cambiare prospettiva e mettersi nel punto di vista di un richiedente asilo per rendersi conto che tutto questo riguarda purtroppo molto da vicino la logica della tortura, d’una tecnica sperimentata per svilire e negare l’umano negli individui e nella società.

La pratica della tortura è diffusa in più di cento paesi del mondo. Oggi non viene quasi mai usata, come perlopiù si crede, per  estorcere informazioni. E’ piuttosto uno strumento per costringere al silenzio la vittima, per annientarne la personalità, per mettere a tacere una voce e una storia, e di conseguenza  per incutere terrore e soggezione alla comunità a cui appartiene.

 

Inaccettabili giustificazioni della barbarie.

Ci teniamo a ribadirlo in un frangente in cui ascoltiamo alcune voci che giustificano e addirittura consigliano l’uso della tortura come mezzo “per arrivare alla verità”. Fanno finta di dimenticare, sfruttando la paura del terrorismo, che le cosiddette “informazioni” ottenute torturando non rispondono al principio del vero e dal falso, ma semplicemente all’urgenza del torturato di far smettere i tormenti, secondo un meccanismo che già Cesare Beccaria aveva correttamente individuato e lucidamente spiegato.

 

 

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