L’associazione
di volontariato Medici Contro la Tortura offre
assistenza e cura alle vittime di tortura e di trattamenti
infamanti provenienti da qualsiasi paese del mondo.
Si chiama così un piccolo
gruppo di operatori sanitari che da alcuni anni si prendono
cura delle vittime di tortura rifugiatisi in Italia,
provenienti da tutte le parti del mondo. Dal punto di vista
istituzionale, si tratta di volontariato. Per quanto
riguarda il dovere e il sapere del medico, è spesso
un’esplorazione in territori sconosciuti e rischiosi.
Alla fine del viaggio, quando
esso giunge a buon fine, la frontiera fra il medico e il
paziente svanisce, cresce nel rapporto fra due persone unite
da un comune impegno civile.
Questo sito è basato
soprattutto sull’esperienza. Vi sono anche panorami,
visioni, teorie generali ma il loro punto di partenza o il
loro sbocco è sempre un’immagine, una testimonianza,
un’esperienza in prima persona.
Testimoni sono le
vittime che raccontano e che comunicano con il corpo e lo
spirito ferito; testimoni sono anche coloro che ascoltano,
partecipano, aiutano, elaborano e cercano un percorso di
riabilitazione. Un passo dopo l’altro - come in un percorso,
in un’inchiesta, in un viaggio - il materiale documentale
punteggia le diverse tappe: la prima sorpresa del disagio e
della tragedia, il mutismo dei ricordi distruttivi,
l’impegno terapeutico, le elaborazioni teoriche.
La nostra attività
clinica è iniziata nella seconda metà degli anni Ottanta.
La Sezione Nazionale di Amnesty International aveva
segnalato ai medici alcuni casi sporadici. Pensammo che il
fenomeno fosse limitato a poche decine di persone presenti
nel nostro paese. E comunque credemmo si trattasse di
persone “nascoste”, impossibilitate a farsi riconoscere
come vittime della tortura. Per “trovarle” abbiamo allora
preso contatto con le associazioni di volontariato per i
rifugiati e poi con i centri di accoglienza per stranieri,
che nel frattempo erano sorti a Roma e in altre città
d’Italia.
Le segnalazioni si sono
moltiplicate e i casi da prendere in osservazione sono
divenuti numerosi, molti più di quanto avevamo immaginato.
Malgrado tutto, c’è sempre un velo di ottimismo che rende
miope lo sguardo di noi figli del benessere, fino a che i
dati di fatto, a volte i numeri puri e semplici, ci
costringono ad aprire gli occhi. Una cosa è sapere che
la tortura è ancor diffusa; altra cosa è constatare
quanto lo sia. Avevamo sempre pensato la
tortura come una orribile eccezione. Si stava
rivelando una delle regole del nostro mondo.
Determinante,
per la costituzione di questa associazione, la constatazione
del coinvolgimento della medicina nella quotidiana
violazione dei diritti umani. Ci sono medici che impiegano
le loro conoscenze mettendole a servizio di regimi della
repressione: medici che partecipano alle esecuzioni
capitali, alle violenze e ai soprusi, medici che non
prestano il soccorso necessario ai prigionieri. Esistono, al
contrario, organizzazioni di medici finalizzate a prestare
alle vittime le cure di cui necessitano per ricominciare la
vita che la tortura ha cercato di spezzare. Torturare non
significa solo voler estorcere una confessione; il suo scopo
è anche annientare la persona, mettere a tacere una voce e
una storia.
Per questo
l’esperienza della tortura è tanto grave quanto
incomunicabile.
Per questo
curare una vittima è per noi ridarle parola.
Il primo gruppo
di medici contro la tortura inizia a lavorare a Roma nel
1986, in stretta collaborazione con la Sezione Nazionale di
Amnesty International, che aveva espresso l’esigenza di
reperire personale sanitario capace di affrontare la
peculiare relazione di cura che si crea tra il medico ed il
paziente che ha subito violazioni inumane e degradanti.
Nel 1999, questo
gruppo di volontari costituisce l’associazione Medici Contro
la Tortura, prima realtà in Italia ad occuparsi, da un punto
di vista sanitario, di chi è stato vittima di tortura. In
osservanza dei suoi intenti statuari, Medici Contro la
Tortura si prende cura di donne, uomini e minori che
portano nel corpo e nella mente le conseguenze delle
violenze subite nei paesi di origine, durante il viaggio che
mette spesso a rischio la loro vita e in Italia, che troppo
spesso non offre condizioni umane di accoglienza.
Fronteggia i bisogni primari della persona, offre
assistenza medica,